Ma il problema non è l’Imu

Rincaro-Imu-nel-Comune-di-Napoli

La discussione su come impostare la politica fiscale nella prossima legislatura mi deprime un po’. Perché si riassume tutta nel pratico specchietto che Repubblica ha messo in pagina oggi: c’è una tassa, l’Imu, che in generale ai cittadini non va di pagare – e il perché è ben comprensibile. Così, i tre principali leader politici in corsa per il governo del paese si stanno chiedendo, essenzialmente, se e di quanto abbassarla, mutarla, variarla per star dietro all’opinione pubblica inferocita.

La realtà è che, secondo me, l’intero discorso è male impostato. Ragionare di tasse in maniera del tutto astratta serve semplicemente, ed è naturale, a far arrabbiare le persone, e parecchio: perché ha il solo effetto di presentarle come quello che non sono, ovvero un semplice costo, un furto, una sottrazione.

imuQueste sono le tre posizioni dei tre leader politici alle elezioni 2013 riguardo l’Imu: in ordine, Mario Monti, Pierluigi Bersani, Silvio Berlusconi. La filosofia di quest’ultimo non è neanche commentabile: il Cavaliere propone l’abolizione integrale del tributo e il finanziamento del buco creatosi mediante un prelievo (ulteriore) su alcolici, benzina e gioco d’azzardo. Come si capisce facilmente, se lo stato su questi tre beni ci guadagna, ha interesse a che ce ne siano molti sul territorio, e così ci troveremmo in breve tempo il paese  ancor più ricoperto, ad esempio, di sale giochi – avete notato quante nuove sale Bingo sono sorte dopo il regime premiale operato dalle normative Tremonti?  Parecchie, Roma è coperta. Insomma, la strada non può essere certo quella proposta da Berlusconi: promuovere attività un po’ borderline ma sopratutto (non è che sono un tifoso dello stato etico) promuoverne la crescita e favorirne lo sviluppo. Non è certo qui, a mio dire, che una comunità dovrebbe ricercare gli strumenti essenziali al suo funzionamento.

Anche le proposte di Mario Monti e di Pierluigi Bersani sono, a mio parere, insufficienti. Perché giocano di rimessa, sulla difensiva, trattando l’imposta come se fosse un furto: Mario Monti, per rendere la tassa sugli immobili più appetibile, fa capire che potrà essere rivista in parte con più attenzione all’equità e al federalismo, lasciandola cioè ai comuni per una parte più importante di quanto oggi non sia; alle raccomandazioni di Bruxelles, che ha fatto presente come, se ancorata ai vecchi valori catastali, l’imposta non può che essere iniqua – visto che ci sono case in pieno centro accatastate come immobili popolari – il premier in carica risponde ripromettendo la nota revisione degli estimi catastali, che aggiorni il valore nominale a quello, più o meno, del mercato attuale. Pierluigi Bersani, d’accordo con le revisioni catastali, propone inoltre uno sconto di 500 euro generalizzato che esenterebbe i contribuenti meno abbienti dal pagamento; e, per compensare, un maggior prelievo sulle case di lusso.

Tutte ricette plausibili, che vanno più o meno nel senso dell’equità. Ma qui si elude un punto fondamentale: non si può, dicevo, parlare di tasse senza parlare di cosa si va a fare con i soldi prelevati dai contribuenti. Il problema, paradossalmente, non è l’aliquota del tributo, ma il livello dei servizi che lo stato si impegna ad offrire con i denari che chiede ai cittadini. Al cittadino viene chiesto il 40% di quel che guadagna in tasse? Bene, gli deve essere assicurato che con quei soldi gli sarà fornito ciò di cui ha bisogno: scuola, istruzione, sanità, giustizia, sicurezza pubblica.

Come è noto, l’Italia ha una pressione fiscale a livello scandinavo senza avere i corrispondenti servizi della Norvegia (dove l’università – ehm – è gratis). Questo deriva in parte dal gigantesco debito pubblico italiano, in parte dalla totale disorganizzazione del nostro paese.

Sono analizzati i servizi offerti a livello centrale (istruzione e giustizia), regionale (sanità) e locale (trasporti pubblici locali, rifiuti, acqua, distribuzione del gas e asili nido). Emergono, in generale, notevoli ritardi dell’Italia nel confronto internazionale e ampi divari territoriali, misurati in termini sia di qualità sia di efficienza, indipendentemente dal livello di governo che fornisce il servizio. I ritardi sembrano riconducibili, a seconda dei casi, ai modelli organizzativi adottati, all’allocazione delle risorse, agli incentivi degli operatori, ai comportamenti dei cittadini, alla regolamentazione. 

Banca d’Italia, paper sulla qualità dei servizi pubblici italiani, gennaio 2011

Ragionare su quanto una tassa vada tolta o abbassata, a priori, significa partire dal presupposto che essa sia ingiusta: e se così è, perché è stata creata? La tassazione, per essere ottimale, deve essere forte tanto quanto il servizio che viene offerto al cittadino. E il problema è che nonostante tutte le tasse che ci vengono chieste, le strade fanno schifo, la polizia non ha la benzina, la scuola è morta e gli ospedali marciscono. Impauriti dalla rabbia dell’opinione pubblica, i leader politici discutono – soltanto – dell’abbassamento delle imposte. Così, un giorno, probabilmente, ci ritroveremo con meno servizi, meno scuola, ancora meno giustizia: mi piacerebbe invece sentire una parola su come utilizzare meglio i denari delle tasse. Una ricetta in cinque punti, una scala di priorità: agiremo in questo settore in questo modo, in quest’altro settore in un altro.

Un esempio: prendiamo la proposta Monti, che pensa di lasciare più fondi ai comuni. Bene, ma per farci cosa? Come pensa il futuro governo Monti di “garantire il livello essenziale ed uniforme dei servizi” previsto dalla Costituzione a carico del governo centrale? E anche per quanto riguarda la proposta Bersani c’è da capire meglio come il futuro governo di centrosinistra pensi di evitare “l’effetto Depardieu”: un regime fiscale più pesante sulle case di lusso implica necessariamente minor convenienza per questi segmenti a rimanere nel nostro paese. E anche qui, un esempio di ciò che intendo sarebbe il dire che, nonostante l’aumento delle imposte sulla sezione “di lusso” della popolazione, saranno offerti più servizi per il turismo, o un regime più agevolato per l’ottenimento della cittadinanza.

Insomma, se lo stato sceglie di far pagare più tasse alle case di lusso, deve anche trovare il modo di mettere qualcosa, sull’altro piatto, per avere più case di lusso poi da tassare. Altrimenti, questi soldi, da dove arriveranno?

Per come è iniziato questo dibattito sulla politica fiscale, il voto, a tutti, è 5.

 

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